Salvo D’Acquisto: Santo ed Eroe

Un bel mattino ci accorgemmo che il Vice Brigadiere Salvo D’Acquisto, da troppo tempo Servo di Dio e da troppi anni sepolto nella Basilica di Santa Chiara a Napoli, non era ancora stato beatificato. Veramente se ne accorse un alto prelato della Chiesa che mi chiamò in Vaticano e mi invitò a comporre un’opera per postulare la sua Beatificazione. Mi disse: “Quel bravo giovane attende da troppo tempo di essere innalzato agli onori degli altari. Il suo atto è paragonabile a quello dei martiri cristiani del I e II secolo dopo Cristo che preferivano sacrificare la vita piuttosto che abiurare la loro fede. La sua musica servirà per una nobile causa”.

Quando riferii quello che mi aveva detto il Cardinale, qualcuno dell’Associazione Nazionale Carabinieri storse il muso. Perché farlo Santo? Ce lo dovevamo tenere Eroe. Tutto per noi. Come se Salvo D’Acquisto avesse salvato i 22 ostaggi in un’azione bellica, con fucile ed elmetto in testa. Non dovevamo regalare il suo bel gesto agli altri.

Quando l’opera fu eseguita nella Basilica di Santa Chiara corremmo addirittura il rischio che il Comandante Generale non venisse. Ma a Napoli, grazie al cielo, avevamo un bravo Comandante di Regione che organizzò il concerto alla perfezione.

Mi chiesi, e tuttora mi chiedo, perché il suo atto di altruismo ci ha particolarmente colpito. Tanti uomini hanno dato la vita per gli altri e per difendere le loro idee. Perché?

Perché, quando tutti fuggivano, compresi i più alti vertici dello Stato, Lui rimase al suo posto per servire e tutelare gli altri.

Perché, quando si fuggiva sui monti per combattere i nazisti, Lui volle rimanere vicino alla gente, perché talvolta è più difficile lottare contro il male mentre lo guardi in faccia ogni giorno, mattina e sera.

Perché, quando quei soldati tedeschi, che avevano dimenticato l’onore militare, gli chiesero di indicare un colpevole che non c’era, Lui non lo fece e disse che nessuno era colpevole.

Perché, quando i nazisti rastrellarono gli ostaggi e li raccolsero su un camion, Lui non fuggì, ma preferì restare e unirsi alle 22 vittime.

Perché, quando gli ripeterono di indicare il colpevole, mentre si trovava nella fossa con gli altri a scavare, Lui si rifiutò ancora una volta di fare qualsiasi nome. E lo poteva indicare, anche fra i 22 ostaggi. Sarebbe stato creduto. E si sarebbe salvato insieme ai rimanenti 21, che sarebbero sopravvissuti.

Perché, quando vide i volti distrutti di quei concittadini che lui sentiva di dover proteggere, Lui disse al sottufficiale teutonico che il colpevole era uno solo, lui stesso. Quel graduato, che non voleva assumersi alcuna responsabilità, gli rispose che si doveva attendere l’ufficiale.

Perché, quando sette ore dopo giunse l’ufficiale, Lui, nonostante il suo animo fosse martoriato e dilaniato, compresse la sua voglia di vivere.

Perché, quando l’ufficiale tedesco, saputo della sua autodenuncia, lo invitò a uscire dalla fossa e ad avvicinarsi, Lui ripeté con maggiore determinazione che era stato lui a compiere l’attentato.

Perché, quando l’ufficiale tedesco, lo invitò a tornare nella fossa a scavare, e si intrattenne con i suoi graduati per decidere sul da farsi, Lui non tornò sulla sua decisione.

Perché, quando gli altri, da lui salvati, andarono via e nemmeno si voltarono per vedere che cosa gli stava accadendo, Lui non si rattristò, ma guardò lontano verso quel mare che gli ricordava la sua terra.

Perché, quando lo fucilarono, Lui non disse una parola di disprezzo verso i suoi aguzzini, ma li guardò con la serenità e la consapevolezza del martire.

Perché, quando Lui era da ore esanime nella fossa senza che alcuno ricoprisse con un po’ di terra il suo corpo, un soldato tedesco alla sera confidò: “Il vostro Brigadiere è morto da eroe. Impassibile anche di fronte alla morte. Si è assunta intera la responsabilità del fatto per salvare la vita ai civili i quali non facevano altro che piangere ed imprecare”.

Lui, sempre Lui.

Drammaticamente presente nella scena della più grande tragedia italiana, vissuta in un piccolo borgo. Non in un grande campo di battaglia, dove risuonano trombe e tamburi. Non nelle cattedrali dalle colonne più elevate ed austere, dove echeggiano le note di organi maestosi. Non nei palazzi più sontuosi del potere, dove rimbombano i discorsi più roboanti.

Ma lì. In quella piccola contrada, dove alla sera, quando cala il sole, si ode tutt’al più il rintocco leggero di una campana.

Ebbene lì si è maturato il più grande esempio di altruismo e carità cristiana di un soldato, di un solo soldato, rimasto da solo con la sua coscienza e la sua dignità, che mise da parte il suo orgoglio di militare per vivere i suoi ultimi istanti di vita terrena con una umiltà che non esito a definire francescana.

E quando pensavo di rimanere uno dei pochi a lottare per la beatificazione di Salvo D’Acquisto, ecco a me affiancarsi il Centro Studi “Salvo D’Acquisto”, con il suo presidente Antonio Rizzo. Adesso con questa valida spalla le cose potevano cominciare a cambiare. E così è accaduto. Come al solito i grandi impulsi nella nostra Arma partono dal basso. E il Comando Generale finalmente si è mosso, con il Generale Siazzu in testa e il suo Capo di Stato Maggiore, Generale Gallitelli, proprio quello che a Napoli aveva fatto sì che l’oratorio di postulazione venisse eseguito.

Il Comando Generale dell’Arma ha deciso di sostenere la mia iniziativa di organizzare convegni in ogni capoluogo di regione per parlare di questo giovane e raccogliere il consenso popolare intorno alla sua figura. Perché per la sua Beatificazione non si attenda più oltre.

Siamo partiti dalla Sicilia, regione di origine della famiglia di Salvo D’Acquisto. Con il Centro Studi si sono organizzati ben tre convegni sul tema: “Salvo D’Acquisto, Eroe e Santo”: a Gela, Caltanissetta e Milazzo. E abbiamo riscontrato che la gente è con noi. Soprattutto i giovani vogliono conoscerlo per averlo come riferimento morale. Altro che tenercelo tutto per noi. La gente vuole Salvo D’Acquisto Santo, protettore dei giovani, perché sia il loro angelo custode.

Qualche giorno fa sono andato a Torrimpietra. Volevo vedere il cippo dedicato al nostro Eroe, nel punto dove è stato fucilato.

Ho preso l’autostrada Roma-Civitavecchia. Allo svincolo di Torrimpietra, dove sono uscito, non vi era alcun cartello stradale che indicasse il monumento a Salvo D’Acquisto, nonostante nella carta stradale vi fosse segnalato.

Imboccata la strada statale “Aurelia”, ho fatto qualche chilometro e, superato il centro abitato di Torrimpietra, dopo una curva improvvisamente mi è sbucato davanti agli occhi la scritta stradale “Monumento a Salvo D’Acquisto”, consumata dal tempo.

Ho proseguito verso la Torre, andando verso il mare.

Dopo tre cartelli, con la scritta “Palidoro – stele al vicebrigadiere Salvo d’Acquisto, m.v.o.m.” , mi sono visto costretto a fermarmi ad un cancello in legno, chiuso da una catena in ferro, con la scritta “Proprietà privata – ingresso vietato”.

La stele stava lì dentro, ma non potevo entrare.

Grazie alla cortese ospitalità della proprietaria, mi sono introdotto.

Lì dentro vi era il cippo, costituito da 4 massi, posti l’uno sopra l’altro, con sul davanti, tre dediche dell’Arma, e su quello più in alto la fiamma dei Carabinieri.

Il luogo dove Salvo ha subito il martirio è triste e desolato. Occorre realizzare un monumento dedicato al suo grande amore per gli altri. Un monumento che potrebbe essere voluto da tutti i Comuni d’Italia, come è avvenuto nel 1933 quando è stato costruito il monumento al Carabiniere a Torino.

Questo sacrario sono certo che diverrà meta di pellegrinaggi e di scolaresche, che vorranno riferirsi ai veri valori della vita, primo fra tutti il rispetto della dignità umana.

A voi lettori chiedo di dedicare un pensiero della vostra giornata a Salvo D’Acquisto. Parlate di Lui nei luoghi di lavoro, nelle scuole, nelle parrocchie, nelle vostre famiglie. Parlatene con i vostri figli. Perché sappiano che è bello vivere in un mondo in cui ci sono giovani che danno la vita per salvare gli altri. Che il male, la violenza, se si vuole, si possono fermare ed eliminare.

Pensiamo e parliamo di Lui, di un ragazzo.

Sì, perché alla fine Salvo D’Acquisto era un ragazzo che voleva vivere come ognuno di noi. Che aveva sogni da realizzare e speranze da inseguire. Che alla fine ha messo da parte tutto il suo futuro, tutto il suo domani. Perché c’era qualcosa più importante della sua vita. C’era quella gente, sulla quale Lui ogni giorno vegliava discretamente e silenziosamente, senza vantarsi mai di quello che faceva.

Ora è quella gente, che il 23 settembre del 1943 lo guardò supplichevole per avere salva la vita, quella gente, che oggi costituisce il grande Popolo italiano, che chiede, a simbolo di un’Italia che sa riconoscere i veri protagonisti della sua storia, che Lui assurga ad uno dei cieli più alti della nostra sfera spirituale.

Si è sempre detto: “Chi per la Patria muore, vissuto è assai”.

E chi è morto per una Umanità perché essa sia senza più guerre e violenze?

Non solo è vissuto assai, ma i suoi ventitre anni sono divenuti una Eternità!

Generale Antonio Pappalardo

Salvo D’Acquisto: Santo ed Eroe
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